Indossava grembiuli a fiori

Sport Billy’87.

In Italia anche nei quartieri c’era la pallavolo. Prima di Bernardi e Cantagalli, voglio dire. Chi non godeva di sterrato ma praticava l’asfalto si doveva industriare come poteva: se stai al mare e il vicino di casa è pescatore, la rete da barca diventa quella del volley, sospesa a mezz’aria fra i garage e la staccionata. Solo che nel parcheggio sotto casa, in quanto tale, entrano ed escono le macchine: e se stai giocando, il 17 di settembre del 1987, devi fermarti, ricordare chi è in battuta, il punteggio, alzare la rete scomposta, abbassarla quando l’auto si è fermata o è già passata sfiorando la rete con l’antenna, riprendere a giocare e a cantare Kate Bush tra un cambio e un punto. Ma quel pomeriggio, di ritorno dal vicino ospedale, arrivarono in sequenza la Uno rossa di mia madre, la Uno rossa di suo fratello, la Panda ancora scarlatta di un terzo zio. Scesero silenziosi, e mi fecero il segno di salire. Avevo tredici anni e avevo capito. 

Toni e Lidia.

Non avrebbero dovuto, almeno con me, inventare un viaggio interminabile o millantare paradisi dove l’avrei reincontrata cent’anni dopo. Eppure non realizzavo lo stordimento: non mi era mai morto nessuno di così vicino, con cui avessi vissuto finora. Il più sarebbe stato dirlo al nonno, apparentemente impassibile sulla sua poltrona. Non toccava a me comunicarlo: un ben provvido privilegio, per via dell’età. Che lui se lo aspettasse, non era contestato: gialla d’ittero Lidia uscì di casa quindici giorni prima, per non farvi più rientro. Ma cosa gli passasse per la testa non si conosceva, le lacrime trattenute nessuno le ha poi viste per davvero. Erano sposati da quarant’anni, e non v’è parola nelle fonti di alcuna crisi, anche se sono stato testimone di ruvide reazioni negli ultimi mesi della vita in comune: e Toni Trafeghin le ha sempre subite.

Lidia nacque alle 7 del mattino. Nel secondo foglio compare la levatrice, Ida Bonivento.

La Lidia -che poi era Lilia, all’anagrafe- nacque l’anno della fine della guerra, così come fu poi per mia madre sua figlia, curiosamente assorellate dal giungere al mondo verso il sollievo dopo quattro anni di bombe e stragi. Era il 24 maggio frammentario della fine, non quello dell’inizio sul Piave, ma per lentezze o sbadataggini, trasferte a piedi o imboscate fu pubblicata all’anagrafe solo quattro giorni più tardi. Con quel cognome che aveva solo lei, suo padre, e un professore di musica tornato dalle Americhe. Lussignani di prima della diaspora, quando fra le due sponde era normale condividere il pescato, il vino, e gli epici sposalizi dei zermàni s-ciavóni in Quarnaro. Il bisnonno Romeo era un prete mancato (l’avesse fatto, almeno finiva tutto, per dirla con Baglioni), già seminarista non irreprensibile e comunque militassolto: l’ho ritrovato nel sito dell’archivio di Venezia, ove compare con tutti gli otto della data di nascita, il gentilizio materno -lo stesso della moglie di Pertini- e la professione del padre, titolare di una vela compendiata anche nelle stampe riepilogative della marineria, quelle che vendono nelle residue cartolerie in manifesti da appendere al muro dei bed and breakfast cittadini. 

Elisa e Romeo, i genitori di Lidia, in un’immagine ricavata da quelle del matrimonio nel 1907.

Surian, stirpe istro-rumena di lontana ascendenza siriana: «cicio no ze per barca», nonostante tutto. E infatti Romeo -detto Tarmào, per via della pelle butterata dal morbo- pescava sì, ma le anguille allevate in valle a Comacchio. Prima e dopo che la bisnonna Elisa, una bella signora dalla posa aristocratica, se ne andasse troppo presto vinta da una broncopolmonite. Amava prendere la littorina per vedere l’opera lirica in Adria, e -caso raro tra le famiglie numerose di laguna sud- non regalò fratelli all’adolescente Lidia, che negli anni del fascismo trionfante finì in campagna “a servire”. Allora si diceva così. Dell’ìmpari matrimonio fra il piccolo Romeo e l’augusta Elisa (razza dei Róncola, il vanto di uno zio che traghettò Garibaldi in Romagna per salvarlo) s’è conservato uno scatto in cartoncino, assemblato da uno di quei bravi artigiani che a Venezia non ci sono più: con la medaglia ritrovata nello scrigno, quell’unica eredità di coppia sta là da centodieci anni.

Lidia si schermisce all’osteria Penzo, con accesso di calle Fidado.

Lidia ha sempre detto che in gioventù un pittore la ritrasse sotto un portico della vecchia Muggia: chissà se quel calco di modella, immagino per un capitello sacro, ha resistito al tempo e alle guerre. Carne bianca e rosa da slava, a sessant’anni -quando la conobbi- la si poteva solo intuire sotto al cocón: chi l’ha vista fiorente assicura che somigliasse a Virna Lisi, stessi tratti (ma con quella bocca possono dire ciò che vogliono). Quando era miseria, ed era tanta, ed era nera, faceva anche due o tre lavori per raccogliere le briciole da dare ai quattro figli dormienti in una sola stessa stanza, e all’anziano padre nei giorni della paralisi. La ricordano ostessa, mescere il vino Trani o Verona agli attendenti, ai professori semestrali, agli ormeggiatori, ai doganieri, fra la casa della sua maternità e quella dei capelli grigi, dove oggi sta il miglior ristorante di pesce di tutto il centro storico. 

i luoghi della spesa quotidiana.

Faceva la spesa da Nino, prendeva la verdura dai marinanti, i formaggi da Orazio, la carne dai fioi del Vittorio, i fratelli Pagan dove ancor oggi ci serviamo. Vestiva grembiuli a fiori, piangeva con il disco dell’Ave Maria, cucinava il potaceto de fasiòi come se avesse ospite la regina. Sapeva scendere a difendermi, quando in calle si metteva male; lamentava che i figli fuori casa dimenticassero spesso di venirle a dare un pensiero, a sincerarsi della sua salute: «Chi vuole el Papa vaga a Roma, chi vuole la Lidia vègna in persona», l’orgoglio di non dipendere. Non la scordavano invece dal piano di sotto, per cui era la zia Lidia in una città dove i ragazzi sono indicati “de la” madre fin quando adulti: le appartengono per distinguerli l’uno dall’altro, portato della vita all’aperto. Un modo per riconoscere istantaneamente quelli con lo stesso nome di battesimo, negli anni Cinquanta del baby boom.

quella rosacea è la casa di calle Larga Bersaglio, sullo sfondo la riva.

Fra i miei tredici e i fondamentali diciassette anni, quando anche nonno Toni ci lasciò, vissi pomeriggi autodidattici con un cane sedentario e goloso e un vecchio che faticava a camminare, atto alle carte da briscola e idolo dei miei compagni di classe. Avrò fatto fare cento volte il giro alle videocassette dei film di guerra (“Parigi brucia?”, per lui “El generale”. O “Roma città aperta”, detto “El prete”. Altrimenti “La marcia su Roma”, ovverossia “I fassisti”), perché voleva ripeterne la visione come ad essere rassicurato del finale avverso al regime del duce. Di quel pescatore dalle orecchie a sventola, la cui foto tengo nel portafoglio e il nome senza averne il dna, quando voglio posso far partire una vhs registrata miracolosamente dallo zio Giorgio mentre noialtri si villeggiava in montagna: lo si vede e lo si ascolta mentre declama storielle in dialetto, aneddoti da osteria, e così sarà fin che si smagnetizza, spero mai. Della Lidia invece prove filmate non ci sono, se non un precario super8 riversato dal piano di sotto, di quando avevo sette mesi; questo fatto di non aver salvata la sua voce, di non rievocarla, ecco ciò mi fa star male. Oltre all’eterno dubbio: le avessero somministrato il cortisone qualche giorno prima di sbiancare, chissà.

la matriarca.

L’endoclima porta vieppiù a chiedermi se trent’anni dopo sarebbe stata contenta di me. La risposta più probabile, ancorché cangiante come una figurina prismatica, sarebbe non credo, o più icasticamente: non avrebbe retto, anche a questa modernità. Non penso le sarebbe aggradata l’ipotesi che io trascorra minuti su Google Earth o rileggendo anni di messaggi a ritroso. Magari non lo avrebbe mai saputo. Anche ieri sera sarebbe andata a dormire presto, appena dopo il suo Tonìn e molte ore prima di me, una volta sbrigate le faccende e sbirciato un programma televisivo in cui non poteva riconoscersi. E stamane, a cent’anni, il mio svelto chiamarla per «oh!» avrebbe ottenuto in risposta, come sempre, uno stentoreo e beffardo «la mare del diavolo, se ciamèva Ò!»: volevo solo chiederle se mi avesse detto proprio tutto, ma per oggi lascio stare. Magari fra cent’anni, in paradiso.

Il bambino comunista

(comparso per la prima volta nella piattaforma Com.Unità nel 2012)

Il bambino comunista era un controsenso in termini. Come un topo allevato da gatti, nell’iconografia democristiana che ancora resisteva tra le questuanti alla messa, il neonato venuto al mondo in una casa rossa (quando non direttamente in sezione, per metafora) era un’occasione perduta, allo stesso modo di una diciottenne non ancora fidanzata, o di una coppia senza figli sulla quale scatenare in piazza le voci più virulente.

Venezia 1980, a Sant’Elena aspettando il comizio di Berlinguer per la pace.

Il bambino comunista, non necessariamente emiliano o romagnolo o toscano, cresceva in stanze adorne di libri e dignità, nel sottostare a un decalogo di regole che potevano essere bypassate in caso di figlio unico: e perciò viziato oltre ogni misura. Il resto lo facevano la diffusione domenicale dell’Unità e decine di musicassette apparentemente tutte uguali, col medesimo nastro da rigirarsi sovente a mezzo penna, recanti incisi i nastri dei cantautori che il bambino comunista conosceva a memoria, come “Ci vuole un fiore”, come le filastrocche di Rodari: generali dietro la collina, bocche di rosa e guerre di Piero, samarcande registrate dalle prime radio libere.

interno Seventies, quando si declamavano le poesie: cos’è cos’è / che fa andare la filanca

Il bambino comunista aveva un padre coi baffi, operaio o quadro, e una madre che non stava in casa: a svezzarlo pensavano i nonni, quando andavano a prenderlo all’asilo -anche dalle suore- e trovavano Noidonne nella cassetta della posta. Il bambino comunista magari imparava a leggere presto e poi a scrivere, con le lettere calamitate sulla lavagna magnetica, oppure a riconoscere gli animali dalla forma di certi biscotti, prima di riempire quaderni a righe con la sovracoperta blu, e a quadretti con la sovracoperta rossa; il bambino comunista e i suoi riccioli non avevano rivali nel porgere fiori gentili alla maestra quando questa faceva imparare a memoria le poesie, da recitarsi in piedi sulla sedia col maglioncino di filanca lucida, un incisivo in meno sotto lenti di spessore sempre diverso.

con mia cugina davanti l’ingresso della Festa Nazionale de l’Unità, Bologna 1980.

Il bambino comunista a settembre metteva via il secchiello sagomato, conchiglie ormai maleodoranti e le palline di Moser e Saronni per salire sulla corriera domenicale con genitori e zii, verso il comizio di Berlinguer alla Festa de l’Unità di Bologna, o di Ferrara con le torri sull’asfalto, o di Milano l’anno dopo: a mezzanotte sarebbe tornato con in mano una bamboletta bulgara, la bandiera della pace, adesivi dell’Arci, ore di scaffali della libreria e lo stomaco sollevato da un pranzo in tavolata al ristorante ungherese, il gulash servito dalle anziane cooperanti del quartiere Navile.

Bologna, settembre 1980.

Il bambino comunista a scuola non andava d’accordo con gli altri bambini, era sempre a rischio bullismo quando gli altri dell’asilo canossiano ammazzavano le formiche o quelli delle elementari toccavano già il sedere alle compagne di classe: ma il bambino comunista non aveva paura, perché dalla sua parte c’erano le facce che aveva imparato a riconoscere sul giornale, Pecchioli e la Jotti, Tortorella e Natta, il CC e la CCC, supereroi degli onesti e dei retti con l’arma della dialettica contro quella della violenza.

Il bambino comunista era un vaso senza fondo dentro cui chi l’ha messo al mondo continuava a buttare di tutto, dai programmi dell’accesso alle merendine al latte, e quando lo interrogavano diceva sempre, con orgoglio che nei predecessori già cominciava a vacillare: «Sono comunista», facendo il pugno chiuso e magari cantando Bandiera Rossa.

Il bambino comunista parlava un italiano perfetto anche se imparava progressivamente a conoscere il dialetto, uscendo con la nonna in chignon o andando a raccattare il nonno all’osteria; adoperava parole anche difficili, di quelle che agli adulti di chiesa o ai fascisti del Movimento Sociale non riusciva d’intelligere, ed era capace anche di tifare per l’Urss ai mondiali, figurine in mano, interrompendo i giochi con le costruzioni Plastic City della Italocremona o coi Playmobil o con le automobili BBurago, più che coi soldatini guerrafondai o con le pentole delle femminucce che la mamma comunista comprava al pargolo per abituarlo alla parità nella coppia.

Milano, parco Sempione, settembre 1986.

Il bambino comunista, è l’ora di dirlo, era non di rado più impacciato nelle attività fisiche: che fosse cicciotto o macilento imparava più tardi ad andare in bici senza le rotelle e a fare i giochi con le corde, scontando in questo un divario poi incolmabile dai coetanei scout cattolici, coi quali si sarebbe ritrovato molti anni dopo, quando i panni dell’ideologia sarebbero stati dismessi tra non pochi dubbi di aver sbagliato tutto, e le incombenze della vita avrebbero aiutato a manifestare posizioni meno fideistiche e più mature.

l’ultima Festa dell’Unità (col PCI) di Chioggia, isola dell’Unione 1989. L’autore è ultimo a destra

Il bambino comunista allora non poteva pensare che presto, molto presto, niente sarebbe più stato come prima, per la società, per la sua famiglia, per lui stesso: anzi viveva i suoi giorni da diverso ma uguale ma diverso senza curarsi che l’antologia di Spriano o il manuale di istruzioni ai rappresentanti di lista sarebbero divenuti lettera morta, trofeo da soffitta, album di famiglia.

la prima in alto a sinistra è quella del nonno; la seconda e la terza, di mia madre.

Non bastasse l’abbandono dell’infanzia e della filatelia, e il pauroso passaggio all’adolescenza sulla carta, di fatto alla continuità indolore e protettiva: anche con l’iscrizione alla Fgci, tre giorni dopo il discorso di Occhetto alla Bolognina, l’ex bambino comunista si è impuntato a voler tenere traccia di tutto, a conservare immensi archivi di ritagli e spillette di Lenin e tessere dei genitori e dei nonni, inservibili se non al personale pozzo di scienza dei propri occhi, e a ricordare a sé e agli altri di essere stato un bambino privilegiato.

Freddo in tribuna, pallone in laguna

Delle undici maglie madide, dopo un’ora e mezza di caldo il 21 maggio 1989, non ne era rimasta una. Manco quelle delle riserve, tra lanci dietro la rete per ottemperare a promesse e l’invasione di campo benevolmente autorizzata: «Se vuoi ti do i calzini di Martinelli», mi disse Berto, il massaggiatore dell’Union Clodia Sottomarina quando lo seguii fin quasi agli spogliatoi, supplicando per un cimelio. I granata avevano appena conseguito la salvezza, sul campo all’ultima giornata con un classico 2-0 alla Gemeaz San Polo: io avevo appena compiuto quindici anni e la domenica andavo a guardare le partite della squadra della mia città, in serie Interregionale. Talvolta a cantare in curva, talvolta in tribuna, con l’enorme walkman Nordmende regalatomi anni prima da mio padre per ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto”. Andavo bene in latino, meno in matematica: infatti un mese dopo avrei saputo di dover riparare a settembre, complice una condotta che oggi non saprei nemmeno più riconoscere come mia.

Union Clodia Sottomarina, 1988-89. Berto Doria è il primo in alto da sinistra.

Lo stesso posto, lo stadio sull’acqua che porta il nome dei miei zii campioni, quasi trent’anni dopo. La palla continua a finire talora nella vicina laguna. Domenica andrò a ritirare l’accredito stampa per il testacoda contro l’Adriese, e sarà Berto -da qualche tempo passato dietro il botteghino- a spuntare il mio nome dall’elenco di coloro che non devono pagare per assistere alla serie D, e a consegnarmi la distinta con le formazioni. Adesso la società si chiama Clodiense, dopo un fallimento e l’acquisto del titolo sportivo altrui: negli anni ha fatto la spola tra l’ex Interregionale e le serie minori, la curva è vuota e inagibile, la tribuna centrale è l’unica senza un tetto di copertura in tutto il girone. Da un anno e mezzo seguo la squadra per il portale dove scrivo, filmando al contempo le azioni che si presumono più pericolose e descrivendole poi in diretta su facebook: avevo tergiversato all’offerta di occuparmene, non volendo impegnarmi tutte le domeniche per nove mesi nei campi del Triveneto, ma ho detto di sì per salvarmi da una depressione che ha comunque trovato altre strade per fare danni. E senza nemmeno dover chiedere suggerimenti per telefilm da vedere su Netflix.

Da qualche mese, fuori dai doveri della cronaca, mi è venuta l’idea di descrivere ciò che si muove attorno a un campionato di serie D, attraverso ciò che il grande calcio non è: i baretti del pastìn arrosto per il terzo tempo davanti ai monti sopra Belluno, ragazze giovanissime in tribuna all’inizio delle loro relazioni con i calciatori, le stories su instagram di atleti ventenni con la musica trap o neomelodica e le notti a ballare, la maglia del portiere paesano quarantenne con un passato in serie A nella vetrina al muro della club house, il magazziniere che raduna le sacche nel pullman per il ritorno, presidenti spendaccioni in Mercedes e presidenti sparagnini in Ferrari, genitori che seguono da centinaia di chilometri i figli in campo («ma il mister non lo mette sulla fascia col 3-5-2, è là che si esprimerebbe appieno») e altri che si accontentano di leggere il loro nome nella diretta testuale, sperando in un goal di cui vantarsi al paese. Un ambiente dove avere le riprese filmate alla bell’e meglio consente in sala stampa -quando c’è, una sala stampa- di radunare allenatore, presidente e giocatori di passaggio davanti al computer per vedere se quel rigore poi ci fosse davvero oppure no.

La D è un campionato di talenti corteggiati che hanno preferito la terra, reduci di gloria alle ultime battaglie o diciottenni inviati per sei mesi dai settori giovanili dei professionisti, manco il tempo di affezionarsi o determinare. Per andare in trasferta mangio di corsa e salgo nell’auto di Mirko, tifoso professionista della Clodiense ed esportatore di radicchio su larga scala: non si perde una trasferta se non per sciare, e lavorando a ridosso del terreno di allenamento spesso dà notizie privilegiate per costruire l’ipotesi di formazione da concedere ai pochi sostenitori. Già, a vedere la squadra vanno sempre meno persone, e non solo per l’abbandono degli ultrà: risultati precari e aria frizzante dalla laguna (per non dire la bora, quando spira) non aiutano, oltre al calcio in tv e al dilagare dei centri commerciali. Ma c’è sicuramente dell’altro, se realtà molto più piccole e periferiche di questa staccano anche seicento biglietti a domenica, coinvolgendo tutto il circondario, e qua invece ogni anno c’è chi preconizza di gettare la spugna come fecero il Sanson dei gelati col suo direttore Franco dal Cin col team in serie C.

come eravamo.

In auto con noi, non di rado anzi alla guida della propria, sale il meccanico Gigio, che conosce chiunque in città abbia avuto bisogno di sistemare un motore: abita a pochi passi da mio zio, nella frazione mesopotamica, e mi chiede spesso come sta lui, mia cugina e suo marito. Quando giro i video delle partite in casa è riconoscibile dalle incitazioni ai giocatori: «Sta’ ‘tento!» ai difensori, «va’ dentro!» agli attaccanti e «Dio te manda del ben» quando sbagliano. Siede sempre allo stesso posto, allo stadio Ballarin, a due file di distanza da dove posiziono la telecamera, appena fuori dal cubicolo rosso che ospita i colleghi delle testate locali. A dicembre le mani gelano, per scrivere servono quei guanti con le dita tagliate, in uso ai vongolari. In tribuna si conoscono tutti: poco più a destra siede il presidente col direttore sportivo, più sparsi i giocatori infortunati con addosso la giacca a vento del club, in quella parte dominata dalla gigantografia di mio zio Aldo. È grazie a mio padre, quando era commissario straordinario della vecchia Union, se questo campo sportivo comunale ha potuto continuare a essere gestito negli anni Settanta e Ottanta. Quando mi sedevo diligentemente in gradinata, con alle orecchie gli auricolari del walkman che lui stesso mi aveva regalato.

In campo si sente tutto, le indicazioni dei giocatori in campo, quelli carismatici che richiamano i compagni ogni volta che hanno la palla, l’arbitro (spesso giovanissimo, spesso da lontano, non pochi di origine rumena) chiamato «signore» o «direttore», l’impatto dei falli, quasi i suggerimenti a chi sta per subentrare. E a fine match, gli allenatori locali in confidenza con chi scrive che vengono a chiedere ragioni di un titolo o di una critica «per proteggere i giocatori», gli ospiti magari con un passato altolocato -negli anni scorsi era passato Vignola, anche Alejnikov alla guida di una squadra del Carso, e Alessandro Renica ha allenato proprio a Chioggia- cui chiedere aneddoti se non autografi, dimenticandosi per un momento della propria professione e tornando adolescenti col Guerin Sportivo sotto il banco. Chissà com’era il backstage, quando a presiedere stava uno che tentò la carriera nell’italo disco.

il fornitissimo bar-grill allo stadio di Carlino (Friuli).

Ma a chi mi chiede cosa me lo faccia fare, la domenica non astenermi da ciò che resta comunque un lavoro, dico che vale la pena vedere di persona il bel gioco arioso dell’Arzignano Valchiampo o del Belluno, e fare il viaggio della speranza verso i tortelli di Mantova (costeggiando le mura di Montagnana) per il punto necessario all’ultima giornata, come quella volta dei calzini di Martinelli. Ammirare dal finestrino la bellezza poetica della campagna nel Delta, con la foschia e le corti agricole in disuso merita i concitati finali di questa stagione, i goal sbagliati e poi subiti nel giro di un’azione. Vale la pena aver assistito al goal di Delcarro in rovesciata all’88° contro la Calvi Noale, quasi decisivo per la salvezza, pochi giorni dopo quello iconico del Real a Torino, coi ragazzini delle giovanili che accomunano le due imprese spontaneamente, pure se quella che stanno osservando è così a portata di mano che un giorno, presto, sullo stesso campo potrebbero esserci loro. Ecco, la differenza: a questi livelli l’appartenenza è biunivoca e l’epos si alimenta da sé.

L’anno della mia distopia

Al bivio che lo sceneggiatore di Bandersnatch ha scritto per me, una volta trovatomi all’ingresso dello storico convento di San Francesco Fuori le Mura non proseguo diritto al museo civico, bensì volgo a sinistra. La targhetta recita Archivio Storico Comunale intitolato a Dino Renier, e prima di accedere alle scale che dominano uno degli accessi più belli alla città devo lasciarmi dietro la maniglia antipanico collegata a un sensore sonoro, il quale fa il suo dovere avvertendo chi sta sopra della mia presenza. Così insolito deve apparire, il rado avvicinarsi di umane spoglie fra i modelli dei bragozzi e le cassette di sicurezza: nell’anno che si è appena chiuso, quella porta è stata la mia botola di Mary Poppins, lo Stargate da cui essere risucchiati, la DeLorean che aspettavo dall’Ottantacinque, personale declinazione della dilagante distopia. Salendo quelle scale ho provato ogni volta, giuro ogni volta, il sollievo di lasciare il mondo fuori di sé, e l’ingordigia bambinesca davanti al chiosco delle caramelle. Ogni volta, ogni volta ho cercato di sbrigare i miei altri daffari il più in fretta possibile, per potervi attingere con ogni clima, fosse in bici col sole che irretisce la laguna del Lusenzo o la nebbia pannosa degli ultimi giorni: lavoro per lo più al mattino con incombenza quotidiana, e al pomeriggio l’archivio è purtroppo chiuso.

Vi ho messo piede perché da vicepresidente del locale comitato ANPI avevo la necessità di conoscere l’esatta ubicazione dell’ultimo domicilio noto relativo a un partigiano morto nel lager di Dachau dopo la fine della Seconda Guerra, dal momento che tra meno di un mese sarà messa a dimora la pietra d’inciampo che lo riguarda. Nemmeno sapevo che un archivio si trovasse lì, lo ipotizzavo in uno stabile poco distante ma diviso da un ponte, così come molti anni fa ero sicuro si trovasse al Granaio, in pieno centro storico. Né avevo contezza di quali documenti celasse, a quali periodi risalenti, se consultabili in libertà o sotto richiesta bollata, le infinite possibilità di augusto appagamento personale taciute ai più. In pochissimi davvero, di cinquantamila scarsi che abitiamo, sono a conoscenza del fatto che di lato al museo sta anche l’archivio comunale, storico per forza di cose: solo la valida quanto sparuta batteria degli storici locali è usa consultarlo, o la gioventù impegnata nelle tesi di laurea -spesso in Architettura- ad argomento cittadino. Ma partito da un bulimico colmare ogni lacuna, il continuo pellegrinaggio ha rivelato bisogni e curiosità che non pensavo di sopire in seno: la chiamano serendipità.

Quel giorno la solerte archivista volle illustrare a me e agli altri ospiti ciò che di prezioso era tenuto nello scrigno: indossò i guanti ed estrasse una mariègola dei pescatori datata 1246, aggiornata lungo i secoli. Si era salvata miracolosamente dalla guerra contro i Genovesi e dall’incendio che devastò un precedente archivio all’inizio dell’Ottocento, e non era certo l’unica perla (potum sitientibus praebere): tra i corridoi sempre provvisori, scanalati da enormi porte scorrevoli di un blu poco solenne, stava non solo quanto serviva a individuare la casa del ribelle Guido Lionello, ma tutta Chioggia, i suoi soldati a Lissa, i naufraghi del Seicento e le levatrici alfabete, i mille morti del colera repubblicano e con quale medicamento sono state alleviate le loro sofferenze. Manifesti cubitali per la tessera del pane, atti processuali parrucconi senz’altro utili a scrivere le Baruffe, il censimento asburgico del 1857 dove andavano accatastati perfino fanti cavalli cani ed un somaro. I detti estinti, i nescio nomen prima dell’adozione, i sovversivi e le meretrici, numeri delle case cambiati nei mesi in cui il padre di Walter Veltroni, adolescente, sostò nei paraggi di mia nonna sua coetanea: la congettura ucronica che si siano conosciuti e piaciuti, sliding doors da vertigine per il Paese. Ed era tutto nelle mie mani, a volerlo.

Spiegai alla dottoressa le mie future intenzioni: da sempre interessato a venire a capo del cognome insolito di mia nonna (istroveneto di antica radice siriana e patrizio serenissimo, poi -mi disse un batanante mentre remava- consolidatosi nella Cicerìa interiore), per capire da quanti anni calpestiamo questi sassi e non quelli dell’altra riva, onde formulare una genealogia utile a celebrare i cent’anni dalla nascita della vècia Lidia Suriàn. L’archivista, di rara disponibilità oltre alla competenza, si offrì di svolgere per mio conto le prime ricerche, partendo dai dati cospicui di cui già disponevo («mio nono se ciamèva Felisse, mia nona Vissensa») riguardo alla quarta generazione, raccolti da mia madre per esperienza diretta o nei suoi conversari con mia nonna e col padre di lei. Non tardò ad arrivare la prima mail della stimata professionista, recante in dono le prime, fondamentali delizie: si appalesava -siamo a prima della metà dell’Ottocento- il cardine della quinta generazione, il primo a disporre di un bragozzo a nome proprio. E con lui, nonno di mia nonna morto anziano lo stesso anno della nascita della nipote, le specifiche essenziali afferenti ad un discreto nucleo di affini, consanguinei e omonimi, il mestiere quasi sempre uguale, la residenza nel giro di poche calli in uno stesso rione, la tranquilla certezza scritta che fossero tutti poveri.

Dio esiste, vive a Bruxelles ma ogni tanto va in vacanza a Chioggia

Da allora presi a frequentare la biblioteca dell’archivio, in compagnia occasionale di studenti nell’alternanza scuola-lavoro o altri crononauti con le mie stesse velleità (ma un passato probabilmente meno complicato da ricostruire). Quando occorre, la custode di oltre settecento anni di storia mi porge il volume esatto, quello consequenziale, l’inventario donde mettere mano; mi siedo inspirando, per due o tre ore non voglio essere disturbato da alcunché non abbia a che fare con l’oggetto della ricerca. Sfoglio pazientemente tomi spessi dalle pagine incartapecorite, plasmate dai polpastrelli e dall’aria umida; compulso grafie di ufficiali dell’anagrafe, svolazzi Art Nouveau e prima ancora doppie zeta di foggia diversa. La tachicardia quando compare un avo, un cugino, un patronimico; la commozione di latte condensato al pensare che senza questo o quell’anello della catena biblica che sto ricostruendo, non sarei io ora a cercarne le tracce, ma un altro chi. E diventano davvero familiari quei quadrati di carta annerita, Niccola, Rocco, zia Felicita, Santa e Antonia nella cassa bianca degli angeli: li chiamo per nome e li posiziono nella griglia dello schema, calafati e cucitrici, barbe e tabarri. Uno struggimento pari all’husky che dice I love you o al ricciolo di note ricorrente nella Tosca, alla lettura del foglietto che una mattina di ottobre di centosessantun anni fa il messo comunale consegnò alla nonna del mio bisnonno, Rosa Penzo, per dispensare il figlio minorenne ma già pescatore dal pagamento delle tasse. La donna non firmò perché era analfabeta (il desiderio di non essere come tutti), ma ricevette lo stesso il documento dalle mani di questo giovane Andrea. L’avrebbero mai immaginato, l’una e l’altro, che un tizio del futuro sarebbe andato a disseppellirlo? E che quel medesimo pronipote ha vissuto a cinque portoni di distanza dal luogo della consegna?

Ben presto l’opera assunse rilievi ulteriori: dal compimento del puzzle delle mescolanze che ha portato fino a me, anzi ai figli delle mie cugine, a una collazione spontanea e casuale del genius loci, sotto forma di battesimi trasmessi dai nonni ai neonati nelle dinastie bottegaie, mode diventate disuso, leggende greche a emancipare i genitori dai santi del lunario, frazioni in via di ripopolo, migranti di ritorno, la devozione ai protettori della città, quasi obbligata se venivano al mondo due gemelli. Divagando, mi spinsi anche a considerare i tre possenti cassoni degli affari militari 1916-18, alla caccia di renitenti da premiare con gli onori postumi, restando abbagliato dalla carta velina inviata da chi ha perso un figlio in guerra, dalle suppliche di riavvicinamento rispetto al fronte per i padri quarantenni, dai gelidi telegrammi per comunicare che qualcuno era rimasto sul campo, lasciando due sigarette e dieci centesimi di regia lira. Va da sé che -per definizione- la ricerca non è mai terminata, è anzi il senso stesso del fare le cose: e a un certo punto dovrà chiedere venia ad un altro archivio, quello diocesano, che detiene le fragili pergamene di quando Colombo scopriva le Americhe e da queste parti la Madonna appariva a un contadino per ottenere (invano) che la città non bestemmiasse oltre.

potrebbe essere il mio pimpinéto nono Felice che abitava vicino a questo canale, come me

Nel 1557 il cartografo Cristoforo Sabbadino disegna la città con le calli, la piazza, i tre canali, le chiese, le isole nelle isole. Nel 1762 Carlo Goldoni cammina verso Vigo e prende appunti dell’indole delle donne baruffanti, dei mocciosi che giocano a terra e sulla riva, delle autorità pacificatrici. Uguali le calli, la piazza, i canali, le chiese, le isole. Nel 2019 la Bianca e la Maria fanno la spesa con le sporte celesti, comprano i carciofi mondati dalla sióra Giovanna ai Filippini e passano il pomeriggio a giocare a tombola in un garage di calle Vescovi: ancora le stesse calli, la medesima piazza, i canali rimasti tre, le chiese care anche ai non credenti, le insule magari urbanizzate ma fondamentalmente identiche a cinquecento anni prima, a trecento anni prima. Chioggia non cambia e non cambierà mai del tutto: duole anzi che ogni testimonianza non sia digitalizzata, se si eccettua la stele di Rosetta dei registri napoleonici al portale Antenati curato dal Ministero dei Beni Culturali, manna dal cielo per gli #ArchiveLovers di quasi ogni provincia. Come l’incendiario che si fa assumere dai vigili del fuoco, così il rovello di togliere la polvere alla Piccola Storia sta facendo considerare l’ipotesi di affrontare la scuola veneziana di archivistica, e ottenere col tempo i crismi per lavorare anche nella legacy: non prima di aver riportato anche qui gli eterni caratteri di laguna sud, e segnatamente quanto avvenuto nel periodo più che bicentenario intercorso fra i capistipite traslati sempre indietro nel tempo e mia nonna Lidia, l’ultima dei Surian.